The War Nerd: Crunching numbers on Kobane

Cristiano Tinazzi:

Punto di vista non ortodosso su quanti siano i morti nella battaglia di Kobane. da leggere con attenzione

Originally posted on PandoDaily:

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How many Islamic State fighters have died in Kobane? That question isn’t as easy to answer as you might expect. In fact, nothing about Islamic State’s numbers really adds up. How many fighters does IS have in the first place? Even that isn’t easy to answer. Islamic State expands and contracts in the press according to its own propaganda requirements, and the fear-level of Western correspondents.

IS has been very good at hiding its dead. Oh yeah, jihadis love to talk about how they love death, but a smart military force doesn’t show too many close-ups of its dead, and IS has put a very effective clamp on reports about how many of its men are dying in the long, bloody fight for Kobane.

And that’s why the USAF arranged with the Kurdish YPG units defending Kobane to stage a video that would force IS men out into the open…

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Il caos della rete

Il dottor Gonzo è rimasto a lungo ad osservare. Spesso osservare è meglio che fare qualsiasi altra cosa. In questo caso ha osservato il comportamento dei media in merito alla questione irachena/siriana dell’Isis, Isil, Is o come vi pare di chiamarlo (pure Daesh).

Il dottor Gonzo, ha rilevato che la stampa viaggia su un treno chiamato ‘totale isteria collettiva’. La diagnosi è arrivata dopo l’ennesimo episodio di violenza attribuito all’Isis. Purtroppo molto probabilmente questo fatto è vero, ma siccome in precedenza ci sono state diverse notizie rivelatesi poi dei falsi clamorosi (infibulazione, donne vendute al mercato, un caso di massacro di centinaia di persone non avvenuto, il dubbio permane).

Prima di continuare una doverosa precisazione: al dottor Gonzo l’Isis fa schifo, non ne appoggia nessun metodo di lotta, non condivide la sua ‘disumanità guerriera’, non apprezza le sue metodologie e per inciso non gliene frega un cazzo di tutte le religioni.

Il dotto Gonzo potrebbe essere definito un agnostico con simpatie per le protoreligioni. Ma andiamo avanti. Ieri è rimbalzata in tutto il mondo la notizia della morte dell’attivista 310x0_1411647134654_124934515_e57055cd_e51d_400f_9705_9aecf3e4626cirachena, avvocato (prominente avvocato, viene definita) Samira saleh al Naimi o Al Nuaimi o Sameera Salih Ali al-Nuaimy

BAGHDAD (AP) — Militants with the Islamic State group tortured and then publicly killed a human rights lawyer in the Iraqi city of Mosul after their self-proclaimed religious court ruled that she had abandoned Islam, the U.N. mission in Iraq said Thursday”.

Di lei abbiamo quindi una foto e sappiamo che è stata fucilata in piazza durante una manifestazione pubblica, come rilevano anche altre fonti. La notizia è stata data in rete dal Gulf Center for Human rights, organizzazione basata in Libano.

C’è un piccolo problema però: la fotografia che è rimbalzata in tutto il mondo non è quella dell’avvocato iracheno ma di una esperta in educazione scolastica di Dubai che scrive su un quotidiano locale, l’Emarat al youm . La donna in questione si chiama Samira al-Naimi. Probabilmente l’omonimia ha fatto sì che venisse presa una foto su internet senza verificare se fosse o meno la stessa persona.

Waseem, un blogger iracheno (cristiano) di Mosul,  insiste però nel dire che il caso è totalmente inventato. “News recently  spread about an lawyer activist was executed  in Mosul by ISIS her alleged name is Samira Saleh Al-Naimi  . After research, we found that the news is fabricated and complete false, and the woman appearing on the alleged photo is really a journalist on education from UAE under the same name”.

Qui potete leggere le sue considerazioni.

L’Onu intanto interviene con una dichiarazione  di Nickolay Mladenov, Inviato Un in Iraq: “By torturing and executing a female human rights’ lawyer and activist, defending in particular the civil and human rights of her fellow citizens in Mosul, ISIL continues to attest to its infamous nature, combining hatred, nihilism and savagery, as well as its total disregard of human decency” , said in a statement, referring to the group by an acronym. The statement did not say how she was killed.

L’attivista irachena per i diritti umani Hanaa Edwar, sentita dall’Afp, però conferma la sua identità e il fatto: “I have also had contact with the morgue and sadly I can confirm that she is dead,” Hana Edward, a prominent Iraqi rights activist who knew Nuaimi“.

Il New York Times riferisce che la donna è stata arrestata per aver criticato l’Isis nella sua pagina Facebook. Il Washington Times,che cita l’Ap, riferisce che il suo sito  Facebook “appears to have been removed since her death“.

Dubbi sulla vicenda ne escono. Perché non si riesce a trovare una fotografia di un avvocato iracheno, donna, conosciuta e impegnata sul fronte dei diritti umani? Perché non c’è traccia di essa in rete a proposito di report, video, foto, conferenze, convegni, dichiarazioni? Siamo nel 2014 e internet esiste da un po’ di anni, anche a Mosul, che non è un villaggio di pastori fuori dal mondo ma una città con tre milioni di abitanti. E visto che la donna utilizzava facebook sarà rimasto qualcosa di lei nei motori di ricerca. O foto condivise, o altro che ci può aiutare a chiarire la vicenda.

Io ovviamente spero che sia tutto un errore, per lei, perché non si può morire in quel modo, ma se è tutto vero, tragicamente vero, bisogna tornare a capire quanto ci può essere utile l’informazione in rete e quanto invece ci causi danni. Una foto errata di un fatto, come è successo già centinaia di volte, porta a pensare che sia tutta una montatura, quando invece sarebbe realtà.

Questa confusione nella quale si ricade continuamente porta a creare una serie di informazioni facilmente attaccabili e criticabili. I media diventano così bersaglio perché accusati di negligenza o di non verificare le fonti o peggio di manipolarle.

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Siria: sui media è oscurata da Gaza ma si continua a combattere e morire

La situazione in Siria, già poco trattata dai media italiani rispetto ai media esteri, insieme a quella irachena è stata oscurata dall’attuale azione militare di Israele contro la Striscia di Gaza.foto_siria_combattimenti_aleppo_01_1

Ma si continua a morire e a combattere. In sole 48ore, tra giovedì e venerdì scorso, sono morte più di settecento persone.

Lo stato Islamico, il gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, ormai sta combattendo su tre fronti in Siria: contro l’Fsa e i suoi gruppi alleati, compreso centinaia di palestinesi, nei sobborghi di Damasco, nella regione del Qalamoun e ad Aleppo; contro i curdi, soprattutto nell’enclave di Kobani; al confine con l’Iraq e in alcune zone, come quella di Homs, contro le truppe governative.

L’articolo continua qui su East

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Libia, il voto che non serve

Per il 20 luglio, secondo fonti della commissione elettorale, saranno disponibili i risultati definitivi delle elezioni per la costituente tenutesi lo scorso 25 giugno. Ma sono in pochi ad aspettarli con trepidazione. La maggior parte delle persone infatti, sa che questo secondo voto per la costituente è inutile. I dati dell’afflusso ai seggi parlano chiaro: solo 630,000 libici, ovvero il 45% del milione e mezzo…continua a leggere qui su Eastonline

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Q CODE MAG

Da un paio di settimane mi sono trasferito QUI, nel progetto di Q Code Magazine. La mia rubrica si chiama ‘Così lontani, così vicini’ e parla ovviamente di Libia e Siria. Niente dietrologie d’accatto. Si raccontano solo due paesi visti e conosciuti da un giornalista. Cioè io. Analisi, memorie, sensazioni.

Buona lettura

 

ps il dottorgonzo continuerà ad essere aggiornato a casaccio ovvero quando cazzo mi pare. A breve una disanima sulla percezione della sicurezza da parte degli operatori dell’informazione in Italia. Prosit!

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LIBYA – MURDER IN DERNA

Originally posted on Berenice Stories:

American readers my recall learning that the Battle of Derna (27th April to 13th May 1805) was the first recorded land battle the United States fought overseas and is now always associated with the heroic actions of US Marine Corps First Lieutenant Presley O’Bannon. They will know that it was this battle that gave rise to the famous line ‘From the Halls of Montezuma to the Shores of Tripoli’.
They may not know that there is a new battle being fought in Derna. Secure as they are in the power of their inspirational Constitution they may also be unaware that the effort to forge one in Libya may be sabotaged by events in Derna.

There are Salafists in Libya – and in Egypt and Tunisia – who hold that the principles and practice of early Islam should govern the social and political life of the people. They believe that the…

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Misunderstanding professionale

 

Matthew Vandyke sta presentando in matthew-vandyke-pkt-machine-gun-sirte-libya-warquesti giorni al Tribeca Film Festival un film sulla sua esperienza nella rivoluzione libica intitolato ‘Point and shoot‘ (precedentemente chiamato ‘Run and gun’). Ha inoltre realizzato un corto di 15 minuti sulla rivoluzione siriana, ‘Not anymore: a story of revolution‘. Fin qui niente di male. Un filmaker che fa il suo lavoro. Il problema è che Vandyke non è un filmaker, non è un giornalista ma, come si autodefinisce, “un combattente per la libertà”. Uno cioè che ha imbracciato le armi per sostenere una causa.

Il suo nome uscì quando ero a Tripoli come corrispondente. Venni contattato dal Committee to protect journalists in merito alla sparizione di un giornalista americano a Brega. Vandyke, appunto. Mi chiesero di chiedere ufficialmente al governo libico una risposta in merito alla sua sparizione.

Insieme a lui almeno altri 4 giornalisti vennero catturati a Brega (Clare Gillis, James Foley, Manuel Varela (conosciuto da tutti come Manu Brabo), e Anton Hammerl. Hammerl, sudafricano, si venne a sapere dopo mesi che era stato ucciso sulla linea del fronte e seppellito in un luogo non identificato nel deserto libico. I tre vennero liberati dopo un mese e mezzo di prigionia. Su Vandyke invece il silenzio più assoluto.

“Non abbiamo nessun giornalista detenuto nella carceri governative”, disse il Ministro degli Esteri Khaled Khaim. E non mentiva. Infatti Vandyke non stava facendo il giornalista ma il mitragliere su un pickup in una brigata ribelle. Di lui non si seppe più nulla fino alla liberazione di Tripoli ad agosto 2011. Era nel carcere di Abu Salim in isolamento. Il tempo di riprendere fiato in un hotel di Tripoli e tornò a combattere partecipando alla presa di Sirte. Wikipedia lo definisce un ex giornalista, un filibustiere e un filmaker.

Il CPJ ovviamente si incazzò e non poco. In un pezzo pubblicato sul blog del direttore esecutivo dell’organizzazione, Joel Simons, si scrive “In many parts of the world, journalists who are captured by rebels or governments are accused of being spies. CPJ has condemned government intelligence agencies that use journalists as informants or allow their agents to use journalism as a cover. Even the CIA has pledged not to do this because it recognizes the risk it poses to the work of journalists in conflict zones… Pretending to be a journalist in a war zone is not a casual deception. It’s a reckless and irresponsible act that greatly increases the risk for reporters covering conflict”.

Morale della favola, Vandyke torna in Siria e dice di voler realizzare un documentario. E lo fa. Not anymore: a story of revolution‘, appunto. Che prende anche numerosi premi. Ho avuto con lui una chiacchierata via mail. Sostiene di non essere un giornalista e di poter fare quello che vuole, che lui è un mediattivista e che ha fatto in modo di “non confondere le sue azioni con quelle di un giornalista” e che è andato per conto del Free Sirian Army a svolgere non dichiarate mansioni in Turchia. Gli ho chiesto se non pensa di mettere in pericolo la vita di centinaia di giornalisti con il suo ambiguo modo di fare. Non ho ricevuto risposta se non “ma io non sono un giornalista”

Sì, è vero, prima di lui ci sono stati giornalisti o scrittori (da Byron a Hemingway o Orwell) che hanno imbracciato le armi. La storia è piena. Ma siamo nel 2014 e il giornalista dovrebbe differenziarsi dallo scrittore, dal patriota e da chi ricerca adrenalina e successo. Tanto più oggi che i media sono diventati non necessari quanto prima dell’avvento di internet e considerati target legittimi da parte di chi, appunto, pensa che gli operatori dell’informazione siano delle spie e che per raccontare una storia si debba imbracciare un fucile e prendere una posizione.

 

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