Il caos della rete

Il dottor Gonzo è rimasto a lungo ad osservare. Spesso osservare è meglio che fare qualsiasi altra cosa. In questo caso ha osservato il comportamento dei media in merito alla questione irachena/siriana dell’Isis, Isil, Is o come vi pare di chiamarlo (pure Daesh).

Il dottor Gonzo, ha rilevato che la stampa viaggia su un treno chiamato ‘totale isteria collettiva’. La diagnosi è arrivata dopo l’ennesimo episodio di violenza attribuito all’Isis. Purtroppo molto probabilmente questo fatto è vero, ma siccome in precedenza ci sono state diverse notizie rivelatesi poi dei falsi clamorosi (infibulazione, donne vendute al mercato, un caso di massacro di centinaia di persone non avvenuto, il dubbio permane).

Prima di continuare una doverosa precisazione: al dottor Gonzo l’Isis fa schifo, non ne appoggia nessun metodo di lotta, non condivide la sua ‘disumanità guerriera’, non apprezza le sue metodologie e per inciso non gliene frega un cazzo di tutte le religioni.

Il dotto Gonzo potrebbe essere definito un agnostico con simpatie per le protoreligioni. Ma andiamo avanti. Ieri è rimbalzata in tutto il mondo la notizia della morte dell’attivista 310x0_1411647134654_124934515_e57055cd_e51d_400f_9705_9aecf3e4626cirachena, avvocato (prominente avvocato, viene definita) Samira saleh al Naimi o Al Nuaimi o Sameera Salih Ali al-Nuaimy

BAGHDAD (AP) — Militants with the Islamic State group tortured and then publicly killed a human rights lawyer in the Iraqi city of Mosul after their self-proclaimed religious court ruled that she had abandoned Islam, the U.N. mission in Iraq said Thursday”.

Di lei abbiamo quindi una foto e sappiamo che è stata fucilata in piazza durante una manifestazione pubblica, come rilevano anche altre fonti. La notizia è stata data in rete dal Gulf Center for Human rights, organizzazione basata in Libano.

C’è un piccolo problema però: la fotografia che è rimbalzata in tutto il mondo non è quella dell’avvocato iracheno ma di una esperta in educazione scolastica di Dubai che scrive su un quotidiano locale, l’Emarat al youm . La donna in questione si chiama Samira al-Naimi. Probabilmente l’omonimia ha fatto sì che venisse presa una foto su internet senza verificare se fosse o meno la stessa persona.

Waseem, un blogger iracheno (cristiano) di Mosul,  insiste però nel dire che il caso è totalmente inventato. “News recently  spread about an lawyer activist was executed  in Mosul by ISIS her alleged name is Samira Saleh Al-Naimi  . After research, we found that the news is fabricated and complete false, and the woman appearing on the alleged photo is really a journalist on education from UAE under the same name”.

Qui potete leggere le sue considerazioni.

L’Onu intanto interviene con una dichiarazione  di Nickolay Mladenov, Inviato Un in Iraq: “By torturing and executing a female human rights’ lawyer and activist, defending in particular the civil and human rights of her fellow citizens in Mosul, ISIL continues to attest to its infamous nature, combining hatred, nihilism and savagery, as well as its total disregard of human decency” , said in a statement, referring to the group by an acronym. The statement did not say how she was killed.

L’attivista irachena per i diritti umani Hanaa Edwar, sentita dall’Afp, però conferma la sua identità e il fatto: “I have also had contact with the morgue and sadly I can confirm that she is dead,” Hana Edward, a prominent Iraqi rights activist who knew Nuaimi“.

Il New York Times riferisce che la donna è stata arrestata per aver criticato l’Isis nella sua pagina Facebook. Il Washington Times,che cita l’Ap, riferisce che il suo sito  Facebook “appears to have been removed since her death“.

Dubbi sulla vicenda ne escono. Perché non si riesce a trovare una fotografia di un avvocato iracheno, donna, conosciuta e impegnata sul fronte dei diritti umani? Perché non c’è traccia di essa in rete a proposito di report, video, foto, conferenze, convegni, dichiarazioni? Siamo nel 2014 e internet esiste da un po’ di anni, anche a Mosul, che non è un villaggio di pastori fuori dal mondo ma una città con tre milioni di abitanti. E visto che la donna utilizzava facebook sarà rimasto qualcosa di lei nei motori di ricerca. O foto condivise, o altro che ci può aiutare a chiarire la vicenda.

Io ovviamente spero che sia tutto un errore, per lei, perché non si può morire in quel modo, ma se è tutto vero, tragicamente vero, bisogna tornare a capire quanto ci può essere utile l’informazione in rete e quanto invece ci causi danni. Una foto errata di un fatto, come è successo già centinaia di volte, porta a pensare che sia tutta una montatura, quando invece sarebbe realtà.

Questa confusione nella quale si ricade continuamente porta a creare una serie di informazioni facilmente attaccabili e criticabili. I media diventano così bersaglio perché accusati di negligenza o di non verificare le fonti o peggio di manipolarle.

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Siria: sui media è oscurata da Gaza ma si continua a combattere e morire

La situazione in Siria, già poco trattata dai media italiani rispetto ai media esteri, insieme a quella irachena è stata oscurata dall’attuale azione militare di Israele contro la Striscia di Gaza.foto_siria_combattimenti_aleppo_01_1

Ma si continua a morire e a combattere. In sole 48ore, tra giovedì e venerdì scorso, sono morte più di settecento persone.

Lo stato Islamico, il gruppo jihadista guidato da Abu Bakr al-Baghdadi, ormai sta combattendo su tre fronti in Siria: contro l’Fsa e i suoi gruppi alleati, compreso centinaia di palestinesi, nei sobborghi di Damasco, nella regione del Qalamoun e ad Aleppo; contro i curdi, soprattutto nell’enclave di Kobani; al confine con l’Iraq e in alcune zone, come quella di Homs, contro le truppe governative.

L’articolo continua qui su East

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Libia, il voto che non serve

Per il 20 luglio, secondo fonti della commissione elettorale, saranno disponibili i risultati definitivi delle elezioni per la costituente tenutesi lo scorso 25 giugno. Ma sono in pochi ad aspettarli con trepidazione. La maggior parte delle persone infatti, sa che questo secondo voto per la costituente è inutile. I dati dell’afflusso ai seggi parlano chiaro: solo 630,000 libici, ovvero il 45% del milione e mezzo…continua a leggere qui su Eastonline

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Q CODE MAG

Da un paio di settimane mi sono trasferito QUI, nel progetto di Q Code Magazine. La mia rubrica si chiama ‘Così lontani, così vicini’ e parla ovviamente di Libia e Siria. Niente dietrologie d’accatto. Si raccontano solo due paesi visti e conosciuti da un giornalista. Cioè io. Analisi, memorie, sensazioni.

Buona lettura

 

ps il dottorgonzo continuerà ad essere aggiornato a casaccio ovvero quando cazzo mi pare. A breve una disanima sulla percezione della sicurezza da parte degli operatori dell’informazione in Italia. Prosit!

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LIBYA – MURDER IN DERNA

Originally posted on Berenice Stories:

American readers my recall learning that the Battle of Derna (27th April to 13th May 1805) was the first recorded land battle the United States fought overseas and is now always associated with the heroic actions of US Marine Corps First Lieutenant Presley O’Bannon. They will know that it was this battle that gave rise to the famous line ‘From the Halls of Montezuma to the Shores of Tripoli’.
They may not know that there is a new battle being fought in Derna. Secure as they are in the power of their inspirational Constitution they may also be unaware that the effort to forge one in Libya may be sabotaged by events in Derna.

There are Salafists in Libya – and in Egypt and Tunisia – who hold that the principles and practice of early Islam should govern the social and political life of the people. They believe that the…

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Misunderstanding professionale

 

Matthew Vandyke sta presentando in matthew-vandyke-pkt-machine-gun-sirte-libya-warquesti giorni al Tribeca Film Festival un film sulla sua esperienza nella rivoluzione libica intitolato ‘Point and shoot‘ (precedentemente chiamato ‘Run and gun’). Ha inoltre realizzato un corto di 15 minuti sulla rivoluzione siriana, ‘Not anymore: a story of revolution‘. Fin qui niente di male. Un filmaker che fa il suo lavoro. Il problema è che Vandyke non è un filmaker, non è un giornalista ma, come si autodefinisce, “un combattente per la libertà”. Uno cioè che ha imbracciato le armi per sostenere una causa.

Il suo nome uscì quando ero a Tripoli come corrispondente. Venni contattato dal Committee to protect journalists in merito alla sparizione di un giornalista americano a Brega. Vandyke, appunto. Mi chiesero di chiedere ufficialmente al governo libico una risposta in merito alla sua sparizione.

Insieme a lui almeno altri 4 giornalisti vennero catturati a Brega (Clare Gillis, James Foley, Manuel Varela (conosciuto da tutti come Manu Brabo), e Anton Hammerl. Hammerl, sudafricano, si venne a sapere dopo mesi che era stato ucciso sulla linea del fronte e seppellito in un luogo non identificato nel deserto libico. I tre vennero liberati dopo un mese e mezzo di prigionia. Su Vandyke invece il silenzio più assoluto.

“Non abbiamo nessun giornalista detenuto nella carceri governative”, disse il Ministro degli Esteri Khaled Khaim. E non mentiva. Infatti Vandyke non stava facendo il giornalista ma il mitragliere su un pickup in una brigata ribelle. Di lui non si seppe più nulla fino alla liberazione di Tripoli ad agosto 2011. Era nel carcere di Abu Salim in isolamento. Il tempo di riprendere fiato in un hotel di Tripoli e tornò a combattere partecipando alla presa di Sirte. Wikipedia lo definisce un ex giornalista, un filibustiere e un filmaker.

Il CPJ ovviamente si incazzò e non poco. In un pezzo pubblicato sul blog del direttore esecutivo dell’organizzazione, Joel Simons, si scrive “In many parts of the world, journalists who are captured by rebels or governments are accused of being spies. CPJ has condemned government intelligence agencies that use journalists as informants or allow their agents to use journalism as a cover. Even the CIA has pledged not to do this because it recognizes the risk it poses to the work of journalists in conflict zones… Pretending to be a journalist in a war zone is not a casual deception. It’s a reckless and irresponsible act that greatly increases the risk for reporters covering conflict”.

Morale della favola, Vandyke torna in Siria e dice di voler realizzare un documentario. E lo fa. Not anymore: a story of revolution‘, appunto. Che prende anche numerosi premi. Ho avuto con lui una chiacchierata via mail. Sostiene di non essere un giornalista e di poter fare quello che vuole, che lui è un mediattivista e che ha fatto in modo di “non confondere le sue azioni con quelle di un giornalista” e che è andato per conto del Free Sirian Army a svolgere non dichiarate mansioni in Turchia. Gli ho chiesto se non pensa di mettere in pericolo la vita di centinaia di giornalisti con il suo ambiguo modo di fare. Non ho ricevuto risposta se non “ma io non sono un giornalista”

Sì, è vero, prima di lui ci sono stati giornalisti o scrittori (da Byron a Hemingway o Orwell) che hanno imbracciato le armi. La storia è piena. Ma siamo nel 2014 e il giornalista dovrebbe differenziarsi dallo scrittore, dal patriota e da chi ricerca adrenalina e successo. Tanto più oggi che i media sono diventati non necessari quanto prima dell’avvento di internet e considerati target legittimi da parte di chi, appunto, pensa che gli operatori dell’informazione siano delle spie e che per raccontare una storia si debba imbracciare un fucile e prendere una posizione.

 

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Risc training. Quando un corso può salvare una vita

Oggi parliamo del Risc (Reporters instructed in saving colleagues), un training gratuito finanziato tramite donazioni e destinato ai freelance che operano in aree di crisi e zone di guerra. risc

Il progetto è nato sull’onda di una tragedia, la morte di due fotoreporter, Chris Hondros e Tim Hetherington a Misurata (Libia), il 20 aprile 2011. Per Hondros, colpito mortalmente, non ci fu nulla da fare, ma Hetherington, ferito all’inguine da una scheggia, morì dissanguato sul cassone di un pickup mentre veniva trasportato all’ospedale. Nessuno dei colleghi e delle persone presenti in quel frangente fu in grado di intervenire in modo da provare a prolungargli la vita. Lo scrittore/giornalista Sebastian Junger, amico di Hetherington e coautore con lo stesso del documentario Restrepo – girato in Afghanistan e vincitore del Sundance Film Festival nel 2010 – è il fondatore e il direttore esecutivo del Risc.

Ne discutiamo con Laura Silvia Battaglia (qui il suo sito) che ha partecipato all’ultimo corso Risc tenutosi a New York lo scorso febbraio. A rispondere ci doveva essere anche Giulio Petrocco, fotografo, secondo italiano della batteria di New York, ma pare si sia perso in qualche bassofondo della Grande Mela…

1) Perché avete deciso di candidarvi per partecipare al Risc e quali motivazioni vi hanno spinto?

Il Risc è un training offerto gratuitamente ad alcuni giornalisti freelance, che in parte provengono dal bacino (peraltro piccolo e a sua volta selezionato) del Frontline Freelance Register, un’associazione internazionale di recente formazione, nata per iniziativa di storici frontline freelancer, come il britannico Peter Beaumont. L’associazione FFR ha un board member, eletto tramite sistema di voto democratico on line, ammette i nuovi membri su decisione del board, e si auto finanzia, grazie alle donazioni dei suoi associati (non più di 300 in tutto il mondo, attualmente). Uno dei servizi che promuove per i membri è il corso Risc. Il Risc è un’organizzazione separata e indipendente dal FFR , economicamente ed organizzativamente, nata a sua volta dall’iniziativa di Sebastian Junger, collega di Tim e co-autore del documentario Restrepo.  Il corso, possibile grazie anche al crowdfounding degli allievi precedenti, è totalmente gratuito ed è destinato a freelancer che abbiano esperienza di frontline. Finora i Risc organizzati sono due l’anno, sei in tutto: uno a Londra, gli altri a NYC. Il primo è stato successivo alla morte di Chris e Tim, un anno dopo, nell’aprile 2012. Il prossimo verrà organizzato a Nairobi dal 4 al 7 ottobre 2014. Il Risc, ad oggi, ha formato 144 freelance. La motivazione che mi ha spinto? Erano anni che desideravo seguire un corso di questo genere perché chi va in frontline, per quanto abbia frequentato corsi per inviati in aree di crisi, si trova a fronteggiare esperienze rispetto alle quali non è mai preparato abbastanza. Il primo soccorso in zone di crisi è l’unica cosa che nessuno spiega ai giornalisti o, se ciò accade, viene affrontato sempre in via teorica. Invece, le recenti esperienze avute in Siria o in Egitto, senza contare il rischio di attentati bomba se ci si trovi a frequentare luoghi come l’Iraq, l’Afghanistan, lo Yemen, il Libano, impongono a noi giornalisti di non aspettare l’arrivo di una Croce Rossa Internazionale per salvare una vita che non merita di essere persa.

2) Come era strutturato il corso?

E‘ stato uno dei corsi meglio strutturati che abbia frequentato in vita mia. Una settimana di 8 ore al giorno full time, esclusa una pausa pranzo di un’ora. Ventidue partecipanti. Quattro istruttori. Moduli di quattro ore, con un’ora di teoria sempre alternata a un’ora di esercitazioni pratiche. I 22, divisi inizialmente in due squadre, poi in quattro, eravamo a turno soccorritori e pazienti. Il training, dopo avere spiegato il funzionamento dei sistemi circolatorio, respiratorio e cardiovascolare, provvedeva a fornire conoscenze pratiche e operative su come riconoscere e trattare emergenze mediche e traumatiche: dallo shock anafilattico all’ipotermia, dalle fratture all’arresto cardiaco, dalla ferita per diverse tipologie di arma di fuoco alla commozione celebrale. Infine si passava ad affrontare questi casi in contesti di crisi simulati: terremoto, inondazione, incendio, campo di battaglia sotto pioggia di fuoco.

3) A corso finito, credete di essere in grado di mettere in pratica quello che avete imparato?

Non si finisce mai di imparare e più ci si cimenta meglio è. Ma credo di sì: adesso so dove mettere le mani. Credo di essere in grado di capire cosa potrei avere davanti e come venirne fuori o aiutare qualcuno.

4) Che tipo di persone frequentano un corso come il Risc?

I miei 21 compagni, un gruppo di persone dai 23 ai 46 anni, di varie nazionalità (1 italiano, 1 francese, 1 colombiano, 4 canadesi, 1 egiziano, 1 libanese, 1 belga e tutti gli altri inglesi e americani) provenienti da diversi settori del giornalismo (fotografi, videomaker, scrittori o entrambe o tutte e tre le cose), hanno in comune le seguenti qualità: internazionalità, multimedialità, umiltà, curiosità, desiderio di specializzarsi. Nessuno ha dato segnali di presunzione, nessuno si sentiva più in gamba di un altro. Siamo stati una bella squadra. Sono convinta che saremmo ottimi colleghi in frontline. Non a caso ne conoscevo già qualcuno. Con Giulio ho già lavorato in tre occasioni.

5) In Italia non esiste niente del genere. Non c’è nessuna attenzione per giornalisti, videomaker e fotografi che si muovono in aree di crisi e zone di guerra. Eppure negli ultimi anni la sicurezza e l’incolumità dei giornalisti è stata spesso in primo piano a causa di attacchi indiscriminati agli operatori dell’informazione. Perché?

Semplicemente perché, diversamente dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi europei, dove il freelance è considerato il vero giornalista libero professionista, in Italia chi esercita questa professione ai livelli più alti è un impiegato, redattore o inviato. Resiste nell’immaginario italiota la figura mitica dell’inviato, colui che chiude lo zaino un paio d’ore prima di saltare sull’aereo dopo avere parlato con il proprio direttore al telefono per meno di cinque minuti. Nel frattempo la segretaria di redazione gli avrà organizzato tutto, dal viaggio all’assicurazione, e gli avrà riempito il conto in banca. Questa figura non esiste più di fatto, se non ridotta a pochi contratti in via di estinzione ma l’Ordine dei Giornalisti, i media, gli editori, fanno finta di non saperlo. La mitologia, alimentata dalla memoria di figure del passato di grande rilievo e professionalità come Terzani, la Fallaci, Igor Man o Ilaria Alpi, ad esempio, fa molto male a questo mestiere e fa molto comodo a chi dovrebbe occuparsi della difesa della professionalità dei freelance – che non sono dei precari ma spesso hanno scelto volontariamente questa vita e questa scomoda libertà – dai tentativi degli editori di sfruttare a prezzi ribassati il loro lavoro. L’inviato di una volta si muoveva in contesti di guerra dichiarata, non trasversale, in contesti dove bastava la scritta Press sul body armour per garantire un’ ipotesi di incolumità. Almeno dal 2001 la stampa è diventata la prima merce di scambio in guerra, e oggi è il diretto e, spesso, primo target in contesti di guerriglia urbana e di conflitto. Urgerebbe essere molto più preparati di prima sul piano strategico, militare, informatico, medico, professionale, multimediale, commerciale, assicurativo. In frontline, oggi, non ci protegge nessuno, soprattutto da qui. Se non ci attrezziamo da soli e se non ci aiutiamo in caso di necessità, siamo morti ancora prima di partire.

6) Ha senso ancora l’ordine dei giornalisti?

L’Ordine nazionale è come il marito ideale. Quando non ce l’hai lo vorresti e fai di tutto per averlo. Quando lo hai ottenuto capisci che non era così indispensabile. Perché pensi che il marito ideale ti protegga e invece sei tu che lo aiuti a stare in piedi con la tua fedeltà di buona moglie e mettendo in comune anche i tuoi denari. Il problema è che i divorzi fanno sempre male e non sono mai senza conseguenze. Per cui ci si pensa due volte a fare dei passi avventati. E allora scatta il tradimento. Il Frontline Freelance Register è un amante che vale la pena frequentare per le sue alte prestazioni: è interessante, internazionale, utile, piacevole, giovane, colto, dinamico. Costa poco e rende meglio.

Se volete finanziare il progetto per far sì che altri freelance possano accedervi, il sito per il crowdfunding è questo!

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