Cara Francesca…

Avviso: in base alle segnalazioni di molti colleghi il sito la Valigia Blu ha chiesto una verifica sulle dichiarazioni di Francesca Borri al Columbia Journalism Review.

Ci risiamo. Puntuale come un orologio arriva il viral post (o articolo) che infiamma la rete e la mente di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, si riconowar-jscono nell’idealtipo del povero freelance sfruttato dagli editori (mi ci metto pure io). Ne avevamo già avuto modo di parlarne in un altro post.

Questa volta il soggetto è Francesca Borri, una collega freelance che afferma di coprire da dieci anni guerre e conflitti vari prima come ‘funzionario per i diritti umani’, poi come giornalista.  Io e Francesca non ci conosciamo di persona. Non ci siamo mai incrociati, credo.

Sul sito del Columbia Journalism Review appare infatti un suo articolo intitolato ‘A woman’s work’. A twisted reality of an italian freelancer in Syria. Pezzo forse un po’ troppo narcisistico (ma chi dei giornalisti non lo è scagli la prima pietra) incentrato sulla persona appunto, della Borri. Tutto il resto è contorno. Sulle sue vicende da freelance, il cinismo dei colleghi, la disperazione per essere pagata 70 dollari a pezzo.

L’articolo viene tradotto e pubblicato dalla Stampa con il titolo ‘Il lavoro di una donna. La realtà distorta di una giornalista freelance in Siria’ e dal Post ( Di guerre e giornalismo)

Appena l’ho letto, come tanti colleghi, di getto, senza neanche leggerlo a fondo o soffermarmi su alcuni punti, l’ho ripostato. Perché parlava, in parte, del lavoro dei freelance e dei problemi che si hanno con editori abituati a pagare poco o nulla i pezzi, anche da zone di guerra.

Poi però mi sono pentito. L’ho riletto più volte e mi è venuto non uno ma più dubbi.

Allora vorrei apertamente fare a Francesca qualche domanda, sempre che lei abbia la gentilezza di rispondermi.

Premetto che ho letto alcuni tuoi pezzi da Aleppo e li ho trovati un po’ troppo ‘romanzo’ e molto meno ‘realtà’, ma queste sono scelte stilistiche e credo che un giornalista sappia quando e quanto poter mettere di narrativa in un pezzo senza alla fine manipolarlo e stravolgerlo (un po’ come il fotografo col fotoritocco).

Scrivi “Mi ha infine scritto. Cioè: dopo oltre un anno, un attacco di tifo e un proiettile al ginocchio, ha visto la televisione, il mio direttore, e ha pensato che l’italiana rapita fossi io, e mi ha infine scritto. Mi ha scritto: ma se hai internet, non è che twitti il sequestro?”

Ovviamente se ti riferisci al fermo da parte di Jabhat al Nusra di Amedeo Ricucci, Colavolpe, Vignali, Dabbous dei primi di aprile ho qualche dubbio. Ma tu c’eri in Siria i primi di aprile? E come fa il tuo direttore a non sapere dove stavi?

O ti riferisci al sequestro Piccinin/Quirico?  Loro però sono entrati dal Libano. Entrambi i gruppi sono spariti pochi giorni dopo la loro entrata in Siria. E stessa domanda. Il tuo direttore non sapeva dove stavi?

Parli anche di ‘febbre tifoide e di un proiettile al ginocchio’. Sappiamo entrambi che i proiettili sono non di piccolo calibro quelli che fischiano di solito in aria in Siria. Proiettili 7,62x39mm per gli Ak47. Sappiamo entrambi che i normali giubbotti antiproiettile (sotto il livello IIIA) agli Ak gli fanno un baffo. Immagino che se un proiettile di Kalashnikov ti colpisce un ginocchio te lo spappoli. Le ferite da proiettile da arma corta a un ginocchio sono una roba seria, una roba che prevede un ricovero e una riabilitazione, figuriamoci quelle fatte con un’arma da guerra.

E poi: in Siria ci siam stati in quanti, di giornalisti e fotografi italiani? Una ventina in tutto? Una comunità fin troppo piccola per non sapere che un tuo collega è stato ferito. Ti pare?

Scrivi ancora “la mia giovinezza, onestamente, è finita ai primi pezzi di cervello che mi sono schizzati addosso, avevo ventitrè anni ed ero in Bosnia

Che significa? Che guerra c’era in Bosnia nel 2003? La guerra è finita nel 1995. O ti sei sbagliata e parlavi del Kosovo? Anche lì la guerra è finita nel 1999. Ho cercato di capire e ho trovato in rete questa intervista che rilasciasti a Panorama Non aprire mai: il Kosovo di Francesca Borri“. Nell’articolo/intervista dice testualmente: “All’età di 24 quando all’epoca della guerra, studentessa della facoltà di Scienze politiche di Firenze, fa uno stage nella sede della rappresentanza italiana a Pristina”. Tu hai 33 anni giusto? Sei nata nel 1980 no? nel 2004 ne avevi appunto 24. Di che guerra parlate? Nel 2004 non c’era nessuna guerra in Kosovo o in Bosnia. A cosa vi riferite?

Poi più avanti l’articolista ti chiede

Ha un episodio che vorrebbe raccontarci che la colpì particolarmente?

E tu rispondi:” un malato terminale. Una storia di visti. Voleva curarsi in Italia, finì per arrivare da clandestino e fu respinto“. Niente cervelli che ti schizzano addosso.

Ma come? Un cosa che mi cambia la vita (e scrivo, appunto, che mi fa perdere la giovinezza) me la ricorderei. Come se mi chiedessero qual è la cosa che mi ha più segnato in Libia risponderei sempre con un solo fatto. Sono le cose che non puoi dimenticare anche se fai finta di dimenticarle, sono le cose che in questo lavoro ti porti dietro.

La battaglia di Aleppo è scoppiata il 19 luglio 2012. Io sono entrato in Aleppo il 10 agosto. Tu non c’eri. Ora, leggo la tua affermazione “fai un pezzo da esclusiva, come quello dalla città vecchia, che siamo stati i primi a entrarci, con Stanley“.

I primi? Io come tanti altri giornalisti ad agosto eravamo nella città vecchia a coprire i combattimenti. Ne saranno entrati una trentina. Non so, forse ti sei confusa, forse parli di altro ancora. E’ che non è mai chiaro di cosa parli…

Insomma ogni volta che rileggo il tuo articolo i dubbi aumentano.

Non lo so, spero che sarai disponibile a spiegare punto per punto e in maniera esaustiva.

Non lo devi a me ovviamente, ma ai tuoi lettori.

Grazie,

Cristiano

ps un inciso sui 70 dollari. Se sei disposta a prendere quella somma, accetti tutte le responsabilità del caso, compreso anche il fatto che sei così la prima responsabile della tua situazione economica, della tua vita e anche della situazione degli altri colleghi che per colpa di persone come te non possono lavorare in modo professionale, visto che non accetterebbero compensi del genere per lavorare e coprire la Siria o altre realtà.

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43 risposte a Cara Francesca…

  1. tizianacauli ha detto:

    Questa è la critica al pezzo di Francesca Borri più sensata e articolata che ho letto finora. Anche io ho postato il pezzo di getto e lo riposterei nonostante tutto, perché penso che sollevi delle questioni morali importanti di cui non si parla abbastanza, a prescindere dalle scelte stilistiche (che soprattutto nel pezzo originale in inglese fanno veramente storcere il naso, ma forse dipende anche dalla padronanza dell’idioma), le note personali e il narcisismo (che, come dici tu, ci accomuna tutti) troppo evidente e sbandierato. Non sono d’accordo, però, sul post scriptum. Posto che quello del freelancer di guerra è ormai un lavoro per chi ha le spalle coperte economicamente e che questo non aiuta il mercato, credo sia ora di smetterla di colpevolizzare chi si fa sfruttare e dare la responsabilità a chi veramente ce l’ha. I pezzi a $70 dalle zone di guerra non si devono comprare né soprattutto commissionare. I collaboratori, che siano regolari o saltuari o anche perfetti sconosciuti che si propongono con un pezzo, vanno controllati. Non si possono accettare pezzi da chiunque, solo perché tanto li paghi poco, e incrementare la corsa al massacro di persone che entrano in Siria senza un minimo di preparazione ed esperienza (lo so che a noi italiani questi training per lavorare in zone a rischio sembrano tanto un’americanata, però quando uno è giovane e non ha alle spalle decenni di esperienza, è meglio di niente), per la gloria o per fare lo scatto dell’anno. Queste persone, che rischiano la loro vita e quella dei fixer, traduttori eccetera, sono disposte a lavorare anche soltanto per leggere la propria firma sul giornale. Ora, anziché comprare il pezzo per due lire, senza farsi troppe domande, si può decidere di lavorare con gli inviati, assicurati, garantiti e retribuiti, e, quando un freelancer propone un pezzo forte, pagarlo decentemente. La trovo una questione di coscienza da parte di chi sta seduto al desk e alle 11/mezzanotte stacca e se ne va. Tutto qui.
    Tiziana da Beirut

  2. Pingback: Freelance e guerra: una conversazione (un po’ animata) fra amici | Valigia Blu

  3. AndreaS. ha detto:

    Mi permetto solo un commento.
    Riguardo alla faccenda bosniaca, lei ha scritto che la giovinezza è finta quando pezzi di cervelle le sono finiti addosso.
    Non ha parlato di guerra: per cui non possiamo mettere in dubbio questa affermazione per il solo fatto che non ci fosse un conflitto armato.
    La Bosnia è un paese difficile: magari è stato un’attentato, una rapina violenta, un regolamento di conti tra bande. Non c’è motivo per cercare un nesso tra una delle guerre balcaniche e l’episodio raccontato.

    Se dovessi scrivere “Il sangue che ho visto a Boston nella primavera 2013 mi ha segnato per sempre” tu risponderesti “impossibile, l’ultima guerra a Boston risale al 1800″?

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      ciao Andreas, il discorso è differente : una studentessa che va a fare uno stage difficilmente finisce con pezzi di cervelli sulla faccia. Ad ogni modo la mia è un domanda è aspetto una risposta. Perché a sbagliato data, perché parla di guerra, perché racconta una storia che non ha riscontri

      • Jacob ha detto:

        L’articolo lascia tantissimi dubbi, però concordo che non c’è nessun riferimento ad una presunta guerra in Bosnia che, nonostante abbia visto la sua guerra finire nel ’95 rimane un paese difficile e che fosse lì per uno stage o meno, è verosimile che abbia assistito ad un regolamento di conti. Ma la domanda resta certamente lecita.

        Anche sulla questione del ginocchio non è che tutti in Siria sparino con l’AK. Ho avuto modo di visionare delle foto scattate a dei ribelli in un ospedale in Siria: certe ferite erano sicuramente atroci e hanno lasciato ai feriti menomazioni che porteranno per tutta la vita. Altre erano però erano meno gravi e procurate da bossoli di piccolo calibro. Ricordo in particolare un naso perforato da parte a parte da un colpo di pistola. Il buco c’era, il naso anche, attorno.

        Detto questo, se un proiettile mi graffiasse solo di striscio, personalmente chiamerei l’agenzia funebre e farei testamento, ma non sono una persona particolarmente coraggiosa.

      • Fabiano Avancini ha detto:

        Hola, ma non mi pubblichi perchè il blog è tuo e non ti do ragione? Stai bene.

        f.

    • Anita ha detto:

      Il punto fondamentale secondo me e’ che nell’intervista a Panorama la cosa che piu’ l’aveva colpita era la storia del tizio che non pote’ andare a curarsi in Italia. Adesso sono i pezzi di cervello (e comunque sbaglia paese). Se mi fosse arrivata della materia cerebrale addosso, mi ricorderei dove e quando, e se considerassi un certo episodio cio’ che ha posto fine alla mia giovinezza, l’avrei probabilmente raccontato anche la volta precedente.

  4. Fabiano Avancini ha detto:

    Ciao Cristiano,
    trovo quello che hai scritto lucido e puntuale. Ma ho postato e riposterei l’articolo di Francesca perchè non m’interessa molto se sia romanzato o meno o se sia stata ferita o abbia avuto il tifo, può capitare, non me ne farei un cruccio, ma sottolinea un punto importante.
    L’egoismo, prodotto del narcisismo, nella professione giornalistica. E la conseguente ipocrisia dei redattori e dei direttori. Sono gli stessi direttori che pagano due euro, due, a pezzo, incluse foto, il collaboratore che presto gli proporrà anche prestazioni sessuali gratuite, pur di farsi il nome.
    Sbagli mira a prendertela con Francesca, io me la prenderei con chi ha stipendi e pensioni d’oro (sono gli stessi della politica) e sfrutta il lavoro di chi, perdonnez français, ci rischia il culo.
    Lo dico da qualche tempo.
    E poi dicono che il fotogiornalismo è in crisi? Che ci mettano i disegni, io non vado a rischiare un menisco per la propaganda di qualsiasi paese, non è il fotogiornalismo in crisi.
    Chiediamoci perchè si va come mosche sui conflitti. Chiediamoci i vari servizi (cia-mossad) come si stanno muovendo in Medio Oriente e poi carichiamo le batterie delle macchine, forse.
    Accorgersi di essere uno strumento di propaganda è la folgorazione che rischia di far appendere la macchina al chiodo. Ma come dice qualcuno: buon lavoro.
    Break a leg.

    Fabiano da casa.

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      Interessante. Ma non dimostra nulla. Intanto lei parla di Bosnia e non di Kosovo. E poi cita il 2003 e non il 2004. 30 secondi persi per una inutile precisazione

      • Vera ha detto:

        E’ vero, ma non è del tutto esatto che “nel 2004 non c’era nessuna guerra in Kosovo o in Bosnia”: nel marzo del 2004 ci sono stati scontri abbastanza pesanti in Kosovo. Giusto una precisazione… Vera (da Belgrado)

      • Cristiano Tinazzi ha detto:

        Ciao Vera, il termine (cito wikipedia) “guerra è un evento sociale e politico generalmente di vaste dimensioni che consiste nel confronto armato fra due o più soggetti collettivi significativi. Quelli a cui ti riferisci sono gli scontri di Pristina, immagino. Noi facciamo i giornalisti e le parole sono importanti, non devono essere usate a caso. Uno scontro anche pesante è una cosa, una guerra un’altra. Poi lei dice Bosnia, non Kosovo.

    • Anonimo ha detto:

      Molto attendibile Wikipedia. non capisco come facciate a prenderla come una fonte certa.

  5. Anonimo ha detto:

    ciao ragazzi! dibattito molto interessante. una domanda: essendo giornalisti e esperti del caso… perchè ripostate “di getto”? non vi pare che il vostro punto di vista potrebbe aiutare chi esperto non è a farsi un’opinione PRIMA che un articolo inesatto li svii? che scusa è “di getto”?

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      Tante volte facciamo cose in modo irrazionale. Poi ci pensiamo dopo se abbiamo fatto bene o no. Ma lasciami dire che, e rispondo anche ad altri, che considero comunque il rigetto della logica sfuttatrice dei media italiani raccontata da Francesca. Ciò che non condivido è lamentarsi dopo che quei soldi li hai presi. Meglio starsene a casa.

  6. marta ha detto:

    Riguardo l’articolo in sé, dal punto di vista dell’analisi della forma e del contenuto: penso sia stato scritto di pancia, e da un lato lo comprendo, data la situazione specifica in cui la giornalista si trovava; dall’altro ritengo legittime (poi certo condivisibili o meno) le critiche che ho trovato sul web sullo stile, e l’autoreferenzialità e/o narcisismo (anche se tuttavia, lei dichiara di scrivere in prima persona perchè vuole che i lettori siano lì con lei; e può esere interessante cone scelta, perchè rende i suoi racconti molto ‘visivi’ – poi a me personalmente Francesca piace abbastanza come scrittrice, anche se alcune cose mi sono piaciute molto e altre meno).
    Inoltre pone la questione dell’informazione standardizzata, che a mio parere è interessante.
    Come dice questo post ‘un giornalista sa quando e quanto poter mettere di narrativa in un pezzo senza alla fine manipolarlo’, e io che ho letto diverse cose di Francesca Borri, trovo che in alcuni casi, questo particolare tipo di scrittura crei delle angolature interessanti.

    In ogni modo, al di là delle diverse opinioni; credo che uno dei punti sui quali sarebbe importante riflettere, al di là dello stile, o della persona singola Francesca Borri; è l’apertura ad un dibattito sulle condizioni lavorative dei freelance; e provare in maniera collettiva a fare qualcosa al riguardo.

    Credo che iniziare a parlarne e denunciare sia la prima cosa da fare, e lei in questo ha il merito di averlo fatto pubblicamente – come altri che ne stanno parlando in questi giorni e lo hanno fatto in passato.

    Lei ha parlato pubblicamente di una solitudine nella quale si trovano molte persone, e questo è un passo per provare a cambiare una situazione.

    Una risposta al problema è provare a fare qualcosa in maniera collettiva.

    Infine penso che non si possa incolpare un singolo perchè accetta dei lavori sottopagati: perchè se si prova a fare un lavoro (quello del giornalista) e ci si crede, a volte si accettano anche proposte di lavoro sottopagate, se è l’unica chance che si ha di lavorare.
    Poi certamente bisogna lavorarci su: e cercare (quando è possibile) di non accettare lavori sotto pagati è un passo; che però non si può fare da soli: altrimenti si rimane tagliati fuori.
    Lo si può fare con una battaglia collettiva, responsabilizzando e sensibilizzando gli editori su queste tematiche, e facendo rete e sindacato tra i freelance cercando di cambiare queste logiche.
    Battaglia certamente lunga e difficile in italia, dove c’è poca solidarietà tra le persone, ma ci si deve provare.

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      Cara Marta, sono anni che come freelance parliamo delle condizioni lavorative a cui siamo sottoposti e pubblicamente denunciamo le storture del mercato. Ma quelle storture le alimentiamo anche noi stessi se continuiamo a prestarci al gioco di editori che giocano al ribasso. Prima di una settimana fa non conoscevo il lato ‘sindacalista’ di Francesca. Se vuole fare ‘rete’ la invito a contattare realtà come l’Usgf o le realtà sindacali dei freelance e precari regionali o le associazioni di stampa. La prima rete parte dal non fare dumping sul mercato.

      • marta ha detto:

        Ciao Cristiano,
        grazie per la risposta.

        Sì, guarda, non conosco il settore, quindi, se tu si sei dentro certamente hai più elementi di me per valutare.
        Mi trovo d’accordo però, con le posizioni di Tiziana Cauli quando dice che non bisogna additare chi si fa sfruttare, e invece dare la responsabilità a chi commissiona pezzi in zone di guerra a questi prezzi.
        Il problema è alla base, non si può permettere che ci siano queste condizioni lavorative; perchè comunque sia questi giornalisti rischiano la loro vita e sono disposti a lavorare per avere quello spazio di cui parla francesca borri.

        C’è una grossa parte di responsabilità, a mio parere che va a chi commissiona i pezzi.
        Poi certo, sono d’accordo con te sul fatto che anche ai giornalisti stessi vada una parte di responsabilità nel non fare dumping.

        Ma non si può certo negare che i rapporti di forza sono totalmente sbilanciati tra le due parti, quando si tratta di condizioni strutturali legate all’organizzazione del lavoro e ai rapporti di forza nella società. Non trovi?

      • Cristiano Tinazzi ha detto:

        Marta la colpa è degli editori, ma è anche di chi per mettere il nome in prima pagina accetta compensi da fame. se li accetti o non hai bisogno dei soldi per vivere, o sei un giovanissimo che cerca di farsi largo nel settore (e all’inizio lo puoi pure fare basta che non diventi una abitudine) o sei un fesso. Anche perché 60 euro da Rimini sono una cosa, 60 dalla Siria un’altra. Rewind: se hai pluricommittenze, puoi pure farci stare un 60 euro ma in mezzo ai 300 che guadagni al giorno. oggi lavorare solo per una testata, se sei un freelance, è suicida. e lavorare anche per un solo settore è suicida. Come freelance devi essere in grado di lavorare in audio, video e anche (ma non solo) per la carta stampata. Questo non vuol dire che poi però sostituisci un fotografo o un cameraman. Sono altre ( e alte) professionalità. lo stesso problema del dumping sul lavoro ce l’hanno anche loro. fotografi che vendono ai quotidiani materiale a prezzo irrisorio, o filmati quasi gratis su internet. Le responsabilità vanno divise tra chi gioca scorretto e si svende e tra chi ne approfitta. Fare rete significa anche dire no.

      • marta ha detto:

        Ciao Cristiano,
        grazie per la risposta.

        Sì, guarda, non conosco il settore, quindi, se tu ci sei dentro certamente hai più elementi di me per valutare.
        Mi trovo d’accordo però, con le posizioni di Tiziana Cauli quando dice che non bisogna additare chi si fa sfruttare, e invece dare la responsabilità a chi commissiona pezzi in zone di guerra a questi prezzi.
        Il problema è alla base, non si può permettere che ci siano queste condizioni lavorative; perchè comunque sia, questi giornalisti rischiano la loro vita e sono disposti a lavorare per avere quello spazio di cui parla francesca borri nel suo articolo.

        C’è una grossa parte di responsabilità, a mio parere, che va a chi commissiona i pezzi.
        Poi certo, sono d’accordo con te sul fatto che anche ai giornalisti stessi vada una parte di responsabilità nel non fare dumping.

        Ma non si può certo negare che i rapporti di forza sono totalmente sbilanciati tra le due parti, quando si tratta di condizioni strutturali legate all’organizzazione del lavoro e ai rapporti di forza nella società. Non trovi?

  7. Fabiano Avancini ha detto:

    Ripropongo un punto di vista: qualcuno conosce quante mensilità ha il Direttore Responsabile di una testata? SI dice venticinque. Saranno leggende? Sarà libero mercato?
    Venticinque mesi all’anno, è per questo che sono longevi certi soloni.
    I fotografi non hanno valore ma chi li sfrutta si vende bene, dando la colpa all’editore, a internet e alla concorrenza. Un professionista è tale perché alla dead-line consegna il materiale richiesto, il direttore è bravo se riesce a mandare il professionista per gli articoli importanti (chi è ancora in grado di farlo?) e a sfruttare il mercato per contenere il borderò. Il direttore è furbo se produce pseudo giornalismo, pseudo referenziale, facendo risparmiare l’editore usando Topo Gigio (onnipresente nel giornalismo). Il direttore è un cane quando paga due euro a servizio, incluse foto, i collaboratori che vogliono diventare pubblicisti.
    Strorture varie:

    http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=233

    http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=221

    http://www.fotoinfo.net/articoli/detail.php?ID=227

    Cristiano, per cortesia lascia stare Francesca che ha fatto bene a sollevare il problema, è dovuta andare a gridarlo dalla Syria quindi focalizziamo l’attenzione sugli argomenti che solleva.
    Non amerei sapere altro dei pezzi di cervello, se ne parla le sono rimasti dentro.

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      alle tue giuste considerazioni potremmo aggiungere anche che sarebbe interessante sapere quanto i giornali che hanno tradotto e pubblicato il pezzo di Francesca pagano le corrispondenze dei freelance. Anzi, se vogliamo tutti fare una cosa intelligente, sarebbe carino pubblicare un post dove si elencano testate e relativi prezzi

      • valentina ha detto:

        Ciao Cristiano,
        ho lavorato per due anni per la Stampa poi ho smesso, non mi pagavo neanche le telefonate. Peccato perché la considero una buona redazione, con la quale ho avuto al di là delle cifre rapporti sempre corretti e persino affettuosi, anche se nessuno ha detto bec quando li ho salutati. Non metto cifre perché nel frattempo di anni ne sono passati altri tre e potrebbe essere cambiata la musica (dubito), ma stiamo a livello Borri per due (due) pagine e titolo in prima, pezzi originali. Alcuni tariffari li trovi nel libro bianco dell’Fnsi. Il panorama, e lo conosco piuttosto bene, è desolante. Aggiungi che tra freelance ho visto anche molta solidarietà, ma una costante reticenza a parlare di soldi (forse perché succede che a un certo punto il senso di colpa viene a te, insomma ti vergogni).
        Per quel che vale, la mia sul caso Borri l’ho detta qui:

        http://www.mantellini.it/2013/07/13/polemichette-e-freelance

        ciao, v

      • Fabiano Avancini ha detto:

        La lavagna dei buoni e cattivi lascia il tempo che trova e non serve. I palazzinari editori esisteranno sempre, con percentuali variabili di ignoranza.
        È il fotografo che si deve rifiutare di andare a rischiare la vita senza motivo (tolta la fascinazione per la notorietà dei concorsi, che non è comunque un buon motivo) e cercare la realtà sotto il velo mediatico imposto dalla propaganda (ripeto: se ci sono altri fotogiornalistii sei nel posto sbagliato, e la foto che hai messo sopra è esemplare). Morire per gli ideali può andar bene ma ricordiamo che qualsiasi ideale, di plastica, è costruito dalle società in cui viviamo per creare miti e leggende e per difendere e diffondere i rispettivi interessi. Andiamo oltre.
        Poi nella professione sappiamo che esistono i “bar correspondant” che rimangono in hotel a intervistare i fotografi che passano al press center, per poi fare lanci e pezzi per i rispettivi giornali, e sono pagati e tanto. Quelli vanno denunciati, o anche picchiati… :D
        Per esempio.
        Oppure quanti di noi hanno nozioni di primo o pronto soccorso? Ecco in certe situazioni è meglio saper cosa fare, più che polemizzare sul viaggio o sull’editore o sul freelance.
        Siamo elementi attivi in situazioni di disagio, allora agiamo. Andiamo oltre.
        Come anche non basta intendersi di elmi antibullet o giubbotti antiproiettile (è meglio l’antischeggia, il proiettile laterale non rimbalza) ma bisogna conoscere la storia dei luoghi prima di affrontarne la cronaca: scommettiamo (pizza e birra) che alla fine del casino in Syria il Golan viene pacificato? Guerra dell’Acqua si chiama.
        Infine assicurarsi di poter tornare, è la cosa più importante: ricordarsi sempre di tornare, se si sa dov’è casa. Back home, if you know where it is.
        Obviously.

  8. Pingback: Italian freelancer in Syria: checking @CJR fact-checking | Valigia Blu

  9. Alice ha detto:

    Solo un’osservazione, magari anche per confermare una mia impressione:
    La battaglia di Aleppo è scoppiata il 19 luglio 2012. Io sono entrato in Aleppo il 10 agosto. Tu non c’eri. Ora, leggo la tua affermazione “fai un pezzo da esclusiva, come quello dalla città vecchia, che siamo stati i primi a entrarci, con Stanley“.
    I primi? Io come tanti altri giornalisti ad agosto eravamo nella città vecchia a coprire i combattimenti. Ne saranno entrati una trentina. Non so, forse ti sei confusa, forse parli di altro ancora. E’ che non è mai chiaro di cosa parli…

    Leggendo il pezzo della Borri ho avuto l’impressione si riferisse all’entrata nella città vecchia e nel suq dopo la distruzione, intorno a fine settembre. I suoi tweet sembrerebbero segnalare che all’epoca si trovasse ad Aleppo. Quindi, per quanto sia difficile ed esagerato dichiarare con sicurezza “siamo stati i primi a entrarci”, bisognerebbe quantomeno capire se qualcuno l’abbia effettivamente incontrata lì in quel periodo, e non all’inizio vero e proprio della battaglia.

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      Il suq dici? Ci portavano i giornalisti il povero Abdullah e altri. Io dovrei avere anche un piccolo video girato col cellulare sulla mia pagina fb. Quella mattina a 10 o 11 agosto eravamo nel suq. Se non ricordo male c’erano anche due inglesi del telegraph e un fotografo francese (Paris match?) più due egiziani pseudo giornalisti della Fratellanza Musulmana.

  10. Alberto D'anna ha detto:

    ho visto “giornalisti”stravolgere la realtà senza andare sul fronte…per una semplice caduta dal balcone…non mi stupirei se il tutto fosse stato creato appositamente senza muoversi da un ufficio….

  11. Pingback: Adda passà ‘a nuttata | Ferri Vecchi

  12. Marcello ha detto:

    Salve, io sinceramente non capisco proprio tutto questo volere fare le pulci a Francesca Borri. Ha scritto un articolo bello e emozionante, un pezzo molto autoriale e che apre gli occhi. E’ un pezzo pieno di rabbia e passione e ha toccato tanta gente. Questo suo “porre solo domande”, dottor Cristiano, è un metodo retorico abbastanza classico per mettere in cattiva luce una persona, come quando parla delle guerre o delle ferite di AK 47, ma che ne sa? Un proiettile può prenderti anche di striscio!
    Io non credo siano bugie e non credo sia lecito pensarlo. Penso però che invece ci sia una buona dose di “rosicata” perché era li anche lei, ha fatto le stesse cose e invece il pezzo emozionante e che gira la rete lo ha scritto Francesca. Oggi quelli di Discovery mi hanno rubato un pezzo su cui stavo da mesi, so quanto rode. E a tutti quelli che dicono che “allora non li devi prendere i soldi” rispondo, se fate i giornalisti e non avete mai scritto gratis vuol dire che siete dei figli di papà parac…lati in qualche modo. La prima volta che sono stato a Hebron ero da solo con la mia telecamera senza nessuno in Italia ad aspettare i miei pezzi, l’unico rimpianto è che alcune cose forti che ho ripreso nessuno le ha mai viste e se mi avessero pagato 1 euro per pubblicarle avrei accettato, perché erano cose che si devono far vedere! Io in Siria per 70 euro a pezzo ci andrei, non felice, non soddisfatto, non al sicuro, non garantito ma ci andrei, come ha fatto Francesca. Poi che ti prenda la voglia di sfogarti perché la tensione è troppa ci stà, e se lo fai con un bello stile e riuscendo ad emozionare ben venga! La coerenza di cui parlate non esiste sulla terra, esiste la carne, il sudore, i controsensi e i dubbi, quelli che Francesca ha messo nel suo pezzo. Ha raccontato una storia, lo ha fatto alla grande, il giornalismo non è solo cronaca.

    PS:
    io Francesca non la conosco, non scrivo per interesse, ma per molta gente è stato il primo pezzo letto sulla Siria.

    Saluti dalla Favela do Morro da Providencia, Rio de Janeiro.

  13. Lettore ha detto:

    Dr. Gonzo, il fact checking l’ha aperto Valigiablu sulla base di questo post, non CJR. Aperto è una parola grossa. Hanno tradotto in inglese le domande di questo post.

    • Cristiano Tinazzi ha detto:

      A me risulta che il cjr stia verificando. Tra l’altro non avrebbe avuto senso scriverlo in inglese, che dici? Cque esco da un impegnativo raduno dai navigli di ex universitari e ho bisogno di un oki , due litri d’acqua e una seduta di gabinetto ragionata. Poi (mooolto più in avanti nel tempo ovvero me ne torno a dormire adesso) ci ragiono.

      • Lettore ha detto:

        Eheh buona seduta di ragionamento e buona dormita.
        Comunque grazie per il post.
        Un saluto ai navigli

  14. Ciao Cristiano una precisazione (ha ragione ‘Lettore’) non è la CJR ad aver avviato una procedura di fact-checking, è il sito valigiablu che ha sottoposto i dubbi e la richiesta di chiarimenti – raccolti in rete tra cui anche i tuoi – alla CJR, che ad oggi non ha ancora risposto. Sono in inglese le domande perché ci rivolgiamo a una rivista americana :)

  15. Aleppo ha detto:

    Sul nessuno dovrebbe essere sottopagato per un lavoro del genere non ci piove.

    Ma alcuni spunti per la riflessione generale.
    – Il fatto di andare e rischiare la vita in zone di guerre, di aver letto molto etc…non significa automaticamente che si tratti di bravi giornalisti che sappiano analizzare e scrivere. Invece nel settore, mi pare ci si culli molto con “ma io c’ero, io ho rischiato”.

    -Parallelamente, chi lavora alla scrivania non è sempre un incapace codardo, ma pezzi di grande rilievo e di grande analisi scritti alla scrivania hanno fatto la storia del giornalismo, anche di quello di guerra.

    -Se in redazione si scopiazzano le agenzie e si traduce da articoli stranieri, al fronte quante volte il lavoro vero lo fanno i traduttori, spesso bravi giornalisti locali ancora più sottopagati e che non ricevono neanche la gloria o gli inviti alle cene in per raccontare le avventure.

    – L’ interesse nei pezzi con il bangbang mi suona strano, per i bang bang giornalieri bastano le agenzie e le storie di guerra. I bang bang non interessano ai lettori, proprio perché assuefatti dal conto giornaliero dei colpi esplosi in giro per il mondo.

    -I giornali devono vendere e magari bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che le persone interessate a questo tipo di notizie tendono a consultare giornali on-line specializzati o di alto rilievo internazionale (BBC, Al Jazira, CNN) o blogs di giornalisti o attivisti con alta reputazione.

    -Cristiano scrive:
    “Premetto che ho letto alcuni tuoi pezzi da Aleppo e li ho trovati un po’ troppo ‘romanzo’ e molto meno ‘realtà’, ma queste sono scelte stilistiche e credo che un giornalista sappia quando e quanto poter mettere di narrativa in un pezzo senza alla fine manipolarlo e stravolgerlo (un po’ come il fotografo col fotoritocco)).”
    Recentemente molti giornalisti, ahimè soprattutto colleghe, penso anche alla Schiavulli anche lei protagonista di un pezzo simile, hanno fatto questa scelta stilistica “romanzesco-pietistica” spacciandola per il modo giusto di “dare la voce a chi non ce l’ha”. Forse dovrebbero accettare che questo stile che forse piace ai social networks sui quali ricevono approvazione o ai femminili, non si adatta sempre a qualsiasi giornale o rivista.

    – In Italia si parla tanto di meritocrazia e ben donde. Credo però che nessun Italiano pensi di non meritare il suo posto di lavoro, quindi dire a se stessi e al mondo di essere meritevoli non basta. Alcune colleghe, diciamolo a chiare lettere, e non mi riferisco alla Borri che non conosco, occupavano le notti al fronte cercando di scalare la carriera da un letto all’altro, ma come si dice in guerra a volte “it fired back” e mi fermo qui perché anche per scrivere di gossip bisognare saperlo fare;)!

    Ribadisco nessuno dovrebbe essere sottopagato per un lavoro del genere non ci piove.

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